ti lascio nel 2015.

Ti lascio nel 2015, non ti porto via con me. Come ci cantava Lorenzo nella notte più bella dell’anno, ma questa è un’altra storia. Ti lascio nel 2015 perché se avessi voluto tornare l’avresti già fatto. Invece mi hai lasciato senza risposte per nove mesi. Nove interminabili splendidi mesi che sono volati. È stato interessante sentire la tua mancanza. Mi ha mosso qualcosa dentro che mi ha fatto riprendere a scrivere quasi regolarmente. Grazie per l’ispirazione, ma il silenzio è imperdonabile. Nove interminabili mesi che sono volati. Ti lascio nel 2015 per il tempo che ti sei meritato e per quello che non ti meriti più. Sarò un fantasma che non ti darà tregua. Altri sentimenti spingeranno me verso nord.

Più a nord del mio nord.

Tienitele strette le utile parole che la tua amica ti dedica.

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è quasi sabato sera e.

È quasi sabato sera e forse è già sabato sera. Mi sono posizionata accanto all’albero e mi faccio distrarre dalle luci e dagli addobbi. C’è tutta la mia vita lì appesa, la vita di mio fratello, gli addobbi da figlia unica e quelli da sorella. Sono una bambina di ventiquattro anni, venticinque tra un mese e poco più, e l’albero di Natale non mi lascia scrivere.

L’appartamento è silenzioso. Il cane passeggia e ogni tanto fa tuc contro qualcosa. Reso sordo e cieco da sedici anni di onorato servizio. È vecchio ma non è stupido e sa come muoversi in questa casa che è più sua di tutti. Lui è arrivato a sorpresa il primo giorno di inverno dell’ultimo anno del vecchio millennio. Non sapevo stare a casa da sola prima di lui, ogni tanto capitava e io piangevo tutte le volte,sopraffatta dall’ansia, temendo che potesse succedere qualcosa di brutto ai miei genitori, a mia mamma, mentre io ero lontana. Sola poi non lo ero mai davvero: nell’appartamento accanto abitavano i miei zii coi cugini, al piano di sotto i nonni, altri zii, altri cugini. Se c’è una cosa che non posso proprio dire di essere stata da bambina, una su tutte, quella è sola.

Quindi di fatto non sono sola nemmeno ora, col cane che passeggia, anche se i ruoli si sono ribaltati e sono io che vigilo su di lui. La paura che alla mia famiglia succedano cose brutte mentre io non ci sono ho imparato a gestirla, ma ho ancora paura. Non ho mai paura per me, in questa casa grande e vuota, e anzi ci ho preso gusto a giocare alla padrona, trascino il letto in salotto e lo trasformo nel mio monolocale. So stare da sola senza soffrire di solitudine. La mia salvezza e la mia condanna, ma ancora non ne so scrivere. O forse sì, ma chi ha il coraggio di provarci.

Ci metto parecchie ore a diventare irrequieta. La domenica pomeriggio non passa mai, e quando arriva mio fratello? e perché non è ancora arrivato? e inizio a fantasticare sulla sua voce squillante, e le risate, le litigate che non mi lasciano studiare.

Sono sola perché il 15 ho il primo esame della magistrale. Devo stare tranquilla, devo studiare. Devo stare tranquilla. In realtà sono tranquilla. Dov’è il tranello? Butterò per aria la casa domani, quando non ci saranno testimoni? Abitare in una via mezza asfaltata e mezza illuminata aiuta. Sullo sterrato il cielo è così nero che mi fa venire le vertigini e le costellazioni, le costellazioni! Sono noiosa, sono banale, sono minuscola ma va bene così.

sono mesi strani ma.

Sono mesi strani ma nonostante tutto, nonostante il mondo e forse proprio per il mondo così com’è, io continuo a credere nelle cose belle, oggi più di ieri, ora più di stamattina. Qualche ora fa avevo iniziato a scrivere un post molto più cupo. L’ultima frase, lasciata in sospeso, diceva così.

I cattivi hanno papà e mamme che non sono cattivi, fratelli e sorelle

Fratelli e sorelle. Sono ancora scossa per quanto è successo due settimane fa, e non potrebbe essere altrimenti. Leggo tutto quello che c’è da leggere e aspetto con devozione l’inizio dei programmi di cui mi fido. Le diciotto significano gli abbracci degli amici della radio, la domenica sera mi sento parte di una compagnia affiatata e rassicurante quando resisto davanti alla televisione fino alle prime ore del lunedì. Da giorni i miei sogni sono disturbati da sparatorie, fughe, agguati; ho sognato un incendio, l’altra notte. Mi sveglio e non ricordo quasi nulla, solo una sensazione precisa che un po’ mi resta addosso per tutto il giorno. La storia che non conosco del cattivo che tutti chiamano per nome è quella che mi turba di più, perché è una storia di fratelli e perché non è una storia. I cattivi hanno mamme e papà che non sono cattivi, fratelli e sorelle in pena per loro, a casa, in attesa. Ho sperato in un finale diverso, per ciò che resta di quelle famiglie.

Novembre sta finendo. I grandi lo descrivevano come un mese lungo e faticoso e io non l’ho mai temuto tanto quanto quest’anno. Invece mi ha fatto bene, ho ripreso a studiare e nel farlo ho trovato un equilibrio preziosissimo. Mi fido delle persone che mi circondano e voglio prendermi cura di loro. Chi manca manca sempre meno. Il futuro immediato non mi spaventa e per quello lontano è troppo presto per preoccuparsi.

sono successe cose terribili.

Sono successe cose terribili e mi sono chiusa in un silenzio pesante. Ho pensato torno sui social ma non l’ho fatto, perché non aveva importanza. Siamo tutti meno importanti di quanto crediamo, su questa cavolo di rete. Ho seguito le cose terribili da sola, davanti alla televisione, per ore che volavano ma sembravano non volere finire mai. Lo schiaffo mi ha preso in pieno. Mai come nei giorni scorsi mi sono sentita il contrario di sola, però.

Al doposcuola oggi si parlava in italiano con tutti gli accenti del mondo, come se niente fosse accaduto. Le cose terribili si combattono anche così. Facendo sentire accolte e amate generazioni di bambini dai nomi esotici che qui sono nate e qui stanno diventando grandi. Questo spazio è nostro quanto loro.

Tanti pensieri mi attraversano la testa. Questa volta li tengo per me. Quel che è certo è che le cose belle sono più delle cose brutte ed è nostro dovere tenercele strette.

Un’amica che ti fa un regalo di Natale con quaranta giorni di anticipo. L’Orsa Maggiore alle sei di sera dalla stradina sterrata sotto casa, circondati da un silenzio che non fa paura. Un signore che raccoglie le foglie secche al parco, tenendole in mano come se fossero un bouquet per una sposa radiosa.

lunedì mattina ho aperto gli occhi.

Lunedì mattina ho aperto gli occhi e mi sono detta: oggi niente rete.

La nostra è da sempre una relazione tormentata. Facebook è scoppiato all’inizio della quarta superiore, quando la preoccupazione più grande era quella di portare a casa un 6 sofferto in matematica nella pagella di giugno e l’idea di avere internet sul telefonino era quasi fantascienza. O almeno io non immaginavo che sarebbe arrivato il giorno in cui avremmo potuto informarci ossessivamente sull’altezza delle modelle senza bisogno di accendere il portatile. Sto aggiornando il mio blog da quel telefonino!

Già ai tempi della scuola mi imponevo intere settimane di digiuno informatico. Leggevo qualcosa che mi scombussolava, perdevo le ore in chat sperando che mi contattasse qualcuno che non lo faceva e maledicendo i disgraziati che lo facevano; temevo già più di tutto l’assuefazione e mi stupivo di essere l’unica che si preoccupava. Sembravo l’unica ma non lo ero. Reagivo con una personale forma di protesta che appagava la sottoscritta mentre agli occhi degli altri passava poco più che inosservata: sparivo. Poi tornavo. Ma quanto era potente la soddisfazione in quei giorni finalmente lenti.

La verità è che torni perché ti illudi che ti stai perdendo una festa memorabile. Torni perché hai trascorso nel ventunesimo secolo la maggior parte della tua vita e hai solo ventiquattro anni anche nei giorni in cui te ne senti duecentoquaranta.

Temo i social e temo di più quelli che mi piacciono di quelli che non mi piacciono. Questa settimana mi sono imposta di starne alla larga. Sarà che continuo a leggere cose che mi scombussolano e a ricevere messaggi da gente che ahimè non vorrei sentire. E immaginare messaggi che non ricevo, un giorno dopo l’altro.

Ci sono sostanze da cui mi lascio stupire, in questa rete. Facilissimo rinunciarci i primi giorni e inevitabile ricascarci a lungo andare. Ora sono in quella fase in cui mi sento stupida per i pensieri che faccio, i pensieri che scrivo.

Il contrario dell’assuefazione.

i ragazzini del doposcuola.

I ragazzini del doposcuola mi hanno superato in altezza e sono molto più forti di me. Me ne accorgo quando li tiro per un braccio per convincerli a partecipare a qualche attività con i più piccoli, quando cerco senza risultato di portargli via il telefonino dalle mani durante le ore dei compiti, quando ridono e puntano i piedi a terra, diventando pesantissimi. Allungano il collo come giraffe, le voci si scuriscono, li osservo imparare a personalizzare i propri gusci, acquistare consapevolezza del proprio aspetto. Gli occhi sono gli stessi dei primi anni, quando erano bambini silenziosi o chiacchieroni, più o meno diffidenti, tutti minuscoli ai tempi. Alcuni di loro hanno imparato a leggere e scrivere in italiano proprio sotto il mio sguardo, ma non se lo ricordano. Mi chiedono se faccio la terza media, per loro ho sedici anni da otto anni, però si fidano di me e forse si fidano proprio perché intuiscono una somiglianza, anche se loro hanno la forza dalla loro parte. Ma ancora non lo sanno, e non sanno che mondi belli si costruiscono quando si sprigiona forza buona, quando si uniscono le forze. Glielo insegneremo noi.

conosco un ragazzo carino.

Conosco un ragazzo carino, con la battuta facile la testa sulle spalle ma la voglia di non prendersi troppo sul serio, conosco un ragazzo carino e non me ne innamoro mai. La trama si ripete. Un pensiero mi squarcia la testa come una stella cadente che taglia il cielo nero: voglio essere sua amica. Voglio essere sua amica, al diavolo i giochi di ruolo tra maschi e femmine, voglio essere quella che cerca quando gli viene in mente qualcosa di buffo. Voglio essere quella che lo fa ridere di più.

Ogni volta che un ragazzo ride per merito mio, che si tratti di uno sconosciuto perso di vista dopo un lungo viaggio in treno o di un amico che mi ha visto crescere e seminare diottrie lungo la strada, il mio cuore fa le capriole e alza il pollice in segno di vittoria.

I maschi sono un pianeta accogliente. E la mia non è una maledizione, me lo devo ripetere, la mia non è una maledizione. Sei normale, Jessica. Anzi sei strana, ma chi non lo è? Una delle persone che preferisco al mondo – no, avere tante persone preferite non è un segno di debolezza – la settimana scorsa a quest’ora mi scriveva un messaggio in cui mi rivelava che aveva bisogno di me per le mie stranezze. Parole da tenere strette nei giorni difficili.

Anche io ho bisogno di voi e delle vostre stranezze.