si va a Firenze per riempirsi.

Si va a Firenze per riempirsi gli occhi di cose belle. La scorsa volta ero partita con una ferita aperta, un lutto improvviso che aveva lasciato il cuore senza i mezzi per elaborarlo, e la città mi aveva stretto in un caldo abbraccio, facendomi sentire la più bella e la più buona del mondo. Ricordo di aver scrutato la città in ogni angolo, di essere tornata sui miei passi più volte, ricordo di aver sentito un bene istintivo che mi cresceva dentro con una potenza che mi faceva ridere e che mi faceva pensare: anche questa è casa mia.

Sono tornata per dire grazie. Tutte quelle cose belle che si erano prese cura di me. Per le panchine di Piazza Santa Maria Novella, per i musicisti di strada con le loro canzoni tristi che non mettono tristezza, per i nomi delle vie, i tavoli stretti dei ristoranti, i ragazzi coi capelli rossi, le canoe sull’Arno. La salita a San Miniato. Le novelle di Boccaccio, sono tornata perché mia cugina è più coraggiosa di me, perché i venticinque anni sono gli anni più stupidi che conosco e io avevo un po’ di paura di riconfrontarmi con la mia città. Riscoprire che l’aria bella è contagiosa, anche quando dormi male e i crampi alla pancia non ti danno tregua. Concedersi di ricordare le persone che ti hanno fatto male, immaginare Firenze con quelle che ti faranno bene.

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