si va a Firenze per riempirsi.

Si va a Firenze per riempirsi gli occhi di cose belle. La scorsa volta ero partita con una ferita aperta, un lutto improvviso che aveva lasciato il cuore senza i mezzi per elaborarlo, e la città mi aveva stretto in un caldo abbraccio, facendomi sentire la più bella e la più buona del mondo. Ricordo di aver scrutato la città in ogni angolo, di essere tornata sui miei passi più volte, ricordo di aver sentito un bene istintivo che mi cresceva dentro con una potenza che mi faceva ridere e che mi faceva pensare: anche questa è casa mia.

Sono tornata per dire grazie. Tutte quelle cose belle che si erano prese cura di me. Per le panchine di Piazza Santa Maria Novella, per i musicisti di strada con le loro canzoni tristi che non mettono tristezza, per i nomi delle vie, i tavoli stretti dei ristoranti, i ragazzi coi capelli rossi, le canoe sull’Arno. La salita a San Miniato. Le novelle di Boccaccio, sono tornata perché mia cugina è più coraggiosa di me, perché i venticinque anni sono gli anni più stupidi che conosco e io avevo un po’ di paura di riconfrontarmi con la mia città. Riscoprire che l’aria bella è contagiosa, anche quando dormi male e i crampi alla pancia non ti danno tregua. Concedersi di ricordare le persone che ti hanno fatto male, immaginare Firenze con quelle che ti faranno bene.

piangere per un motivo.

La centesima foto in cui sei venuta male. E vaffanculo me, vaffanculo lo specchio, vaffanculo i venticinque anni che sono i nuovi quindici. Un ragazzo che non conosci e che non ti conosce, perché è così facile pensare: se solo mi conoscesse. La consapevolezza che non sarai mai un certo tipo di donna, che a fare la parte di quella che li fa ridere forse semini qualcosa ma non si raccoglie un cazzo. Non vorrei essere diversa, non ne sono capace, ma vorrei essere anche altro. Vorrei vedermi dal fuori quando crollo, per decidere se faccio poi così tanta pena.

Poi realizzi che l’ultima cosa che fai prima di dormire è controllare che tuo fratello respiri nel sonno e ringrazi la vita che ti ricorda quanto tempo si perde quando ci si mette al centro del proprio mondo.

Per favore, per favore. Non innamoratevi mai di me.

Piangere per un motivo stupido è bello anche quando si ha venticinque anni.

lettera per il prossimo amore.

Lettera per il prossimo amore, che non si possa dire che non era stato avvisato.

Sono dispettosa. Quando ero bambina, la mia madrina mi chiamava cipolla e mi ripeteva che ero dispettosa come le scimmie. Con l’arrivo di mio fratello sono peggiorata. L’ho torturato col solletico fino a che non è diventato più forte di me e gli ho fatto credere qualsiasi cosa per il solo gusto di farmi una grassa risata. Tipo che all’estero esiste un reality i cui partecipanti hanno tutti la erre moscia e il primo che la disimpara vince tanti soldi. Tipo che nostro papà di secondo nome si chiama Tutankhamon.

Sono brava a dire le bugie che non sono cattive. Sono un giovane lupo che si muove come il più onesto dei contadini. Alle superiori è capitato centinaia di volte che non avessi voglia di uscire con i miei compagni e mi sono inventata centinaia di scuse credibili. Ogni anno che passa dico sempre meno bugie. Se ti racconterò qualche bugia, probabilmente sarà solo per farti uno scherzo.

Ho il naso irrimediabilmente storto. Io l’ho notato che ero già maggiorenne. Tu cerca di accorgertene subito ma poi non ci pensare più e minimizza quando io lo sottolineerò.

Parlo da sola. Se mi interessa qualche ragazzo in particolare parlo da sola molto più spesso. Parlo da sola anche per strada, quando sento il bisogno di insultare quella delle jessiche che non sta rigando dritto.

Ricordo tutto, escluse le trame dei libri e dei film e le indicazioni dettagliate che mia mamma mi ha dato cinque minuti fa. Ricorderò particolari sulla nostra vita insieme che tu dimenticherai, e ti chiederai se sono matta o se ho una fantasia che galoppa.

Nessuno ha il diritto di vedermi arrabbiata per le ingiustizie che riguardano la mia vita privata. Sfogo tutto, quando sfogo, su mia mamma e su mio fratello. Non mi lamento mai, perché sono più i motivi che ho per non farlo di quelli che che ho per farlo. Sono intollerante con gli intolleranti, ma non ci litigo mai, perché non capirebbero.

Devi sapere che ho una passione smisurata per i programmi di Rai Uno – ma non l’ho ereditata da mia mamma, che se ne vergogna – devi sapere che vado in giro raccontando senza pudore una storiella imbarazzante su come sono diventata mamma del mio gatto ma che mio figlio di notte mi fa paura, devi sapere che mi fanno ridere i temporali e che mi fa piangere Go West dei Pet Shop Boys.

Se me ne darai la possibilità, ti farò ridere. Ma dovrai portare tanta pazienza, perché mi hanno detto che sono una giovane donna impegnativa. Dirò da subito di fidarmi di te ma non sarà vero: ho troppa paura che mi farai soffrire, e se si usa ripetere che il dolore nobilita l’anima, io preferisco andare a dormire di buonumore, col sorriso stampato in faccia. E poi la gioia nobilita gli animi che glielo lasciano fare in egual misura, ne sono certa.

Ti scriverò lettere che non ti farò leggere. Sarò sfuggente perché non conosco altro modo di essere. Non sarò capace di dirti sempre cosa mi passa per la testa e per questo motivo ci arrabbieremo entrambi. E soprattutto, quando saremo entrati in confidenza, ti rinfaccerò di averci messo tanto, ma troverò il modo di dirti almeno un grazie per ogni giorno che ci sarai.

oggi ho pianto lacrime di gioia.

Oggi ho pianto lacrime di gioia rileggendo una lettera che scrivevo tre anni fa, a febbraio, alla mamma. Lacrime di gioia per non avergliela fatta leggere ai tempi, perché le avrebbe fatto male e non sarebbe stato giusto. Lacrime di gioia perché mi ricordavo peggio di quella che ero, come sempre. Gioia perché sto diventando la donna che avevo sperato, mentre piangevo col cuore a pezzi senza motivo e per mille motivi, tre anni fa.

Ho detto in giro, a chi l’ha notato, di non aver scritto nell’ultimo mese perché avevo troppe cose in testa, e ogni giorno se ne aggiungevano altre, e volevo dirne di più. Il 2016 è iniziato con una serie di emozioni che non avevo messo in conto. Quest’anno ho un’agenda rosa, e ci disegno sopra un cuore accanto a ogni data che va ricordata. Cose tipo: il 14 gennaio mi ha scritto il ragazzo dei miei sogni – come altro potrei chiamarlo, se è uno di quelli che negli ultimi anni ha fatto irruzione più spesso nei sogni? Cose tipo: il 20 la mamma mi ha chiamato dicendomi di accendere la radio che si parlava di me; il 23 la prima festa a sorpresa a casa mia, prima volta che venivo festeggiata, c’erano solo persone belle e mio fratello seduto accanto a me, che faceva il grande e faceva il bravo.

Poi ci sono stati altri cuori e altri sentimenti, una lunga serie di pianti di sgomento e di rabbia per un dolore che non è il mio, un’ingiustizia che non si può accettare e che ci ha lasciato inermi ma vicini. Un terreno disastrato ha visto nascere fiori delicati, non so come sia possibile, e i fiori sono cresciuti, noi siamo cresciuti, e io un po’ di quel dolore, un po’ di quella vita, lo custodirò con cura fino a che sarò qui. So che è una promessa che posso mantenere.

Penso ai cuori che ho disegnato a febbraio e mi sembra solo l’inizio, ma da pochi minuti ho venticinque anni già da un mese e tra pochi giorni faremo spazio a marzo. Non è possibile. La primavera, i matrimoni, tanti libri da studiare, altri esami, la patente, porca miseria, la patente. 2016, tra le cose per cui esserti grati fin da ora, quel giorno in più, quel lunedì 29, perché tu solo sai quanto ne avremo bisogno.

sono un po’ ingenua ma.

Sono un po’ ingenua ma non sono stupida. Le cose non sono tutte belle, lo so bene. Ho dovuto imparare presto a distinguere tra i problemi grandi e quelli piccoli e ad essere grata quando non ce n’è nemmeno uno della prima categoria all’orizzonte. La mia salvezza: scoprire che la gratitudine è l’arma più potente. E poi ho smesso di scrivere quando le cose vanno male. Un tempo era una catarsi, scrivevo e intanto piangevo tutte le lacrime, facevo in modo che i miei pensieri prendessero fuoco e si riducessero in cenere. Non restava nulla di quella parole, morte e sepolte chissà dove.

La storia che non conoscevo di David Bowie mi ha fatto sentire strana, come se avessi mancato un’occasione. Quante cose ho perso prima di nascere e quanta vita serve per leggerle, sentirle, vederle tutte. Mio fratello si è svegliato una mattina con la varicella e io e la mamma ne abbiamo approfittato. Coccolarlo finché ce lo permetterà e fare in modo che ce lo permetta ancora a lungo. Ci siamo sfondati di tornei di Mario Kart, dopo anni che non lo toccavamo. Abbiamo dormito fino a tardi. Ci facciamo gli stessi stupidi dispetti dell’anno scorso.

La primavera è dietro l’angolo e sarà per forza piena di cose belle: cose belle. Le mie amiche si sposano a distanza di poche settimane l’una dall’altra e io ho voglia di festeggiarle sin da ora. Nel frattempo studio storia greca. Gira voce che mi iscriverò a patente, dopo l’esame. Avete vinto voi. Le persone che mi circondano iniziano a conoscermi più di quanto mi piaccia credere. In realtà è rassicurante. La realtà, appunto, che supera la fantasia sempre. Basta lasciare alle cose il tempo di fare il loro corso: le cose. E tu se vuoi passa pure come una cometa. Andresti bene anche così. Figurati che il ricordo dell’ultima che ho visto – una ventina di anni fa, mica ieri – me lo porto ancora dietro. Mi piacciono le stelle comete.

se c’è una scorciatoia per uscire.

Se c’è una scorciatoia per uscire dal tunnel del Cluedo, qualcuno me la indichi subito. Intanto ho scaricato per l’ennesima volta Candy Crush e ho superato il livello 100 in meno di una settimana. Ma non ci gioco tutto il giorno. Non ne avrei il tempo. I libri per l’esame di storia non sono ancora arrivati ma non importa, ho fatto altro, ho avuto i Lego da costruire. Perché senza mettersi d’accordo mia mamma e mio papà mi hanno regalato tre confezioni di Lego. Lego grandi. Poi ci sono state la partite a Monopoly e a Cluedo (seriamente, come ho fatto a vivere senza Cluedo per quasi venticinque anni?). Una festa di compleanno a sorpresa. Una mia crisi di pianto perché il telefono di mia mamma non prendeva e io non capivo che fine potesse aver fatto quella donna. Crisi di pianto che si è risolta con me che mandavo in paranoia una manciata di parenti stretti e acquisiti, senza contare i vicini di casa. E solo tre post più sotto mi vantavo di come avevo imparato bene a gestire le mie paure. C’è stata la neve, poca, meglio, perché è bella quando scende e si posa e brutta quando esci di casa a piedi e i marciapiedi non sono stati puliti. Una tavolata che mi ha ricordato le cene di classe delle superiori. I fuochi d’artificio e un desiderio, pochi minuti fa. E sono entrata per la prima volta in vita mia in una caserma, e l’ho fatto per le caramelle.

È il 2016 da pochi giorni e io e mi fratello ci siamo già detti le peggiori cose, non legandocene al dito nemmeno una. Gli animali stanno bene. Io vado avanti ad ascoltare canzoni di Natale fino a domani sera e mia mamma ha già detto che non ha intenzione di disfare l’albero fino a lunedì. Si ha quasi paura di dirlo, quando tutto sembra al posto giusto, e allora non lo dico.

sedici.

Lungo il fiume, in bicicletta, l’estate che sfuma e la mia bambina preferita al mondo seduta sul portapacchi. Sul balcone del papà, a maggio, rallegrandosi per il cielo che cambia colore. In radio dopo tanto tempo, abbracciando un amico che – preso per sfinimento – ha saputo volermi bene. In coda per il padiglione della Coca-Cola (in coda! per la coca?) con mio fratello per mio fratello. La mattina della laurea, l’augurio da parte della mamma. Gli occhi del cane del nonno. L’ultimo minuto prima di uscire dall’acqua, alle terme. I discorsi con le bambine, con la speranza che si tenessero strette le mie parole. Attraversare dopo sei mesi il cortile d’onore dell’università. Tutti i treni su cui sono salita. Il mondo visto dall’ultimo anello di San Siro, in questa notte fantastica. Un puzzle da mille pezzi. Milano in primavera. Un’amica che ti chiede di farle da testimone. Le cartoline scelte dai turisti per i loro cari. Il sorriso di un ragazzino difficile quando capisce che può fidarsi di te.